La festa di San Bastian

La processione di San Bastian

La processione di San Bastian

Domenica 25 gennaio a Dolceacqua si celebrerà la festa di San Bastian (San Sebastiano) trattandosi della domenica più vicina al 20 gennaio (festa di San Sebastiano).
Ho un po’ cercato qualche foto e cenni storici sulla rete. Ho trovato pochino, in particolare un breve cenno sulle origini della tradizione su www.cumpagniadiventemigliusi.it (che di seguito riporto lievemente modificata), dove emerge, per chi non lo sapesse, come le nostre origine discendano dai celti.
In particolare, penso che sarebbe interessante ricostruire la storia della festa con aneddoti del secolo scorso, raccogliere qualche foto, ma direi anche che qualche cenno alla confraternita dei Bastianìn, ai suoi membri, potrebbe essere un importante oggetto di discussione. Oggi il concetto di “confraternita” è un po’ decaduto, ma so che in passato si trattava di un vero e proprio gruppo chiuso gelosissimo del proprio ruolo.
Grazie a chi darà il proprio contributo

La solenne processione riprende, in chiave cattolica, un culto invernale precristiano, con l’albero dei falsi frutti a significare la gloria della fertilità e della fruttificazione. Era ritualità delle latine “Ferie sementine”, durante le quali si procedeva alla lustrazione dei campi e si offriva a Cerere e a Terra una pozione di latte e mosto cotto, mentre le giovenche, adoperate nei lavori dei campi, venivano inghirlandate di fiori e lasciate a riposo.
Le popolazioni celto-liguri provvedevano alla purificazione dei campi, celebrando “Imbolc”, festa lustrale del primo febbraio e con questa la fine dell’inverno. I greci Massalioti portavano il ramo dei supplici, ricolmo di primizie di ogni specie, per indicare la fine della sterilità.
Nei giorni precedenti la festa i “Bastianìn”, antichissima confraternita, provvedono a tagliare e modellare, il grosso arbusto di alloro scelto, adornando ogni fronda con numerose “négie”, ostie variopinte preparate nel corso di lunghe veglie notturne, nei giorni precedenti.
Per integrare le imperfezioni nella sagoma della chioma, esperti artigiani integrano artificialmente i vuoti tra i rami autentici con fronde ricuperate da altre piante, operando veri e propri intarsi nel tronco originale e sostenendo i “riporti” con appositi tiranti. Un lavoro paziente e ponderato, frutto di esperienze millenarie.
Al termine della funzione religiosa, i rami vengono recisi ed offerti, carichi delle loro ostie, a ciascuno dei presenti, che conserverà con particolare cura il gradito feticcio, ottenuto in cambio di una donazione spontanea. Per tradizione, la cima svettante, opportunamente segnata nell’addobbo, col colore uniforme delle “négie”, viene consegnata al donatore della pianta.

John , 20 January 2009

Commenti

8 Commenti a “La festa di San Bastian”

  1. gturs - 20 January 2009 alle 21:40

    Dal manoscritto di Gio Antonio Cane, di cui ho la traduzione, sembrerebbe che nel 1594, a seguito della peste a Dolceacqua restarono solo 16 persone vive, in molti paesi si facevano preghiere, voti e Processioni, alla fine con l’intercessione della Beata Vergine Maria e con il voto a San Sebastiano cessò proprio nel giorno di S.Sebastiano.
    E’ per questo motivo che nel giorno di S.Sebastiano si canta la messa a Vespro e si fa la Processione Generale in memoria di questo.

    Ho riscritto ciò che è stato riportato da Gio Antonio Cane

  2. John - 21 January 2009 alle 09:07

    Ho integrato l’articolo con delle foto inviatemi da Fulga, scattate da Enio Andrighetto e credo conservate all’interno del suo Visionarium (attrazione unica, purtroppo non ancora conosciuta come merita).

    @gturs
    Cercando in rete ho scoperto che tale manoscritto è stato recuperato da Alberto Cane a Isola e racconta passi importanti di un po’ tutta la vallata.
    Sai mica se è possibile consultarlo in formato elettronico o se è stato trascritto? Credo che la consultazione dell’originale non sia così semplice vista l’unicità del pezzo!
    Cmnq l’idea che tutta la dinastia di Dolceacqua, ma immagino anche di buona parte della vallata, sia ripartita praticamente da zero 500 anni fa mi ha basito.
    Grazie

  3. gturs - 21 January 2009 alle 17:40

    Il manoscritto è custodito nella biblioteca Aprosiana, io posseggo copia tradotta, parla di avvenimenti che riguardano questi posti in brevi paragrafi, solo citazioni.

    Sul sito http://www.culturabarocca.com/ puoi trovare tante citazioni riguardanti Dolceacqua, basta avere un po’ di tempo per cercare!!!
    Ciao

  4. John - 21 January 2009 alle 17:43

    Ottimo link!
    Grazie come sempre.

  5. Ninut - 23 January 2009 alle 22:40

    I Celti vissero il loro “Splendore” nello lo stesso periodo della presunta peste che colpì
    la nostra valle e dalla quale (Si dice) sopravissero solo 16 persone…speriamo siano state 8 femmine e 8 maschi…
    Pensate altrimenti che casino!!!
    Altro che origini Celte!!!

    Chiaramente io scrivo “Solo per sentito dire”
    e pertanto non faccio testo.

    Re Artù, figlio di re Uther Pendragon, è un’importante figura delle leggende della Gran Bretagna, dove appare come la figura del monarca ideale sia in pace sia in guerra. È il personaggio principale della Materia di Britannia, o Ciclo bretone (o Ciclo arturiano), anche se c’è disaccordo sul fatto che Artù, o una persona reale su cui il personaggio sia stato ricalcato, sia veramente esistito[1]. Nelle citazioni più antiche che lo riguardano e nei testi in gallese non viene mai definito re, ma dux bellorum (“signore della guerra”). Antichi testi altomedievali in gallese lo chiamano ameraudur (“imperatore”), prendendo il termine dal latino, che potrebbe anche significare “signore della guerra”.

    Salù

  6. John - 21 January 2009 alle 10:48

    Riporto il testo dell’articolo relativo comparso su sanremonews.it

    Si svolgerà domenica prossima alle 15 la tradizionale Festa di San Sebastiano, una delle più antiche del Paese. Si tratta di una arcaica festa pagana, forse di origine protostoriche, collegata al ciclo della morte e della rinascita della vegetazione. Una apposita confraternita dei ‘Bastianin’ (un tempo incaricata del seppellimento dei defunti) cura la crescita di diversi alberi di alloro in modo che ogni annovero metà gennaio si posa tagliare uno di grandi dimensioni.
    Trasportato nell’oratorio di San Sebastiano, nel quartiere ‘Borgo’ dell’antico Paese dei Doria, la sera della vigilia della processione, vengono appese ai rami delle ostie colorate (bianche gialle rosse verdi) per simboleggiare la varietà dell’abbondanza e la varietà dei futuri raccolti agricoli. Il giorno seguente si svolge la tradizionale processione e l’albero ed il Santo vengo portati a braccio lungo un percorso che attraversa tutto il Paese ed in modo particolare anche l’antico Ponte medioevale ad un solo arco. Alla processione partecipano grandi crocifissi che rendono particolarmente suggestivo l’evento.
    Al termine della processione, l’albero viene smembrato e i rami vengono distribuiti ai presenti. La gente del luogo conserva religiosamente per un anno i rami con le ostie colorate, consumate solo in caso di malattia Quest’anno saranno presenti anche rappresentanze dei Corpi dei Vigili Urbani dei paesi vicini.

  7. Ninut - 23 January 2009 alle 17:12

    Di San Sebastiano. se ne parla anche qui.
    http://www.riticultureefeste.net/it/node/151

    E ho trovato anche questo:

    La domenica successiva il 20 gennaio, ricorrenza di San Sebastiano, si svolge a Dolceacqua la tradizionale manifestazione della processione delle ostie. Un rituale semplice, almeno in apparenza: qualche giorno prima della festa, un albero d’alloro viene portato in chiesa, e ai suoi rami viene appesa una grande quantità di ostie colorate, preparate dai “Bastianin” (i componenti della confraternita di San Sebastiano) con antichi stampi di ferro. Il giorno della festa essi trasportano a turno il pesante albero per le vie del paese. Al termine della funzione i rami con le ostie vengono tagliati e distribuiti alla popolazione, che fa a gara per elargire l’offerta più alta. Due le interpretazione del rito. La prima si lega alla figura di San Sebastiano, soldato romano all’epoca di Diocleziano e condannato a morte in seguito alla sua conversione: nelle classiche rappresentazioni il santo è legato ad un alloro, vittima (hostia) trafitta dalle frecce. Un’altra interpretazione vede nella scelta dell’alloro l’utilizzo di una pianta che nell’inverno mantiene vivo il suo verde. Le ostie colorate simboleggerebbero l’arrivo della primavera
    Salù

  8. Ninut - 23 January 2009 alle 21:11

    dove emerge, per chi non lo sapesse, come le nostre origine discendano dai celti.

    Celti erano composti da diverse tribù, ognuna delle quali si diffuse in uno specifico territorio. Si difesero dai Romani, dai Germani e dalle invasioni asiatiche. Nel corso delle loro migrazioni popolarono un vasto territorio. Videro lo sviluppo di diverse società (kurgan, halstattiana, lateniana) che corrispose anche ad uno sviluppo economico e sociale.

    In base alla premessa fatta in precedenza, possiamo visualizzare la seguente situazione, legata sia al popolo celtico che alla regione di influenza relativa, frutto di continue migrazioni:

    Serbia: Scordisci (325 a.C.);

    Bulgaria: Bastarni (fondatori del regno di Tylis);

    Ungheria, Romania, Boemia : Carnuti, Teutoni, Cimbri (forse di origine germana), Menapi, Treviri, Ubii;

    Svizzera: Rezi, Rauraci, Carnuti, Elvezi;

    Austria: Taurisci, Norici;

    Italia Settentrionale : Boi, Senoni,Veneti, Gesati, Insubri, Taurisci;

    Spagna e Portogallo : Celtiberi che si mescolarono con la popolazione locale degli Iberi e che ebbero un sviluppo diverso rispetto ai Galli, i Gallaeci e gli Asturi (Galizia), i Cantabri (zona di Bilbao), i Tarragonesi, i Baeti (zona di Siviglia), i Vasconi (Pirenei, da cui è originato il termine guascone), gli Arevaci, i Vaccei, i Lusitani ed i Vettoni (nel Portogallo);

    Anatolia: Galati (276 a.C.) abitanti della Galazia, arrivati dalle regioni del Danubio;

    Macedonia: Tettosagi, Trocmeri, Tolistoagi, che entrano in contatto anche con Alessandro Magno;

    Francia: Sequani, Edui, Alverni, Ambroni, Arverni, Parisii (che diedero i natali a Parigi), Aquitani, Vocati, Volci, Bellovaci, Venelli, Eburovaci, Suessioni, Tricassi, Mandubii, Carnuti, Veneti, Namneti, Pitti, Biturgi, Allobrogi, Gesati, Ceutroni, Eburoni;

    Paesi Bassi e Belgio : Nervii, Menapi, Suessoni, Remi, Belgi (forse di origine germana);

    Germania: Ambroni, Teutoni, Boi, Nemeti, Vangioni, Treviri, Advatici, Usipeti, Tenteri, Eburoni, Ubii, Sicambri(si tratta in prevalenza di popolazioni germaniche, di influenza celtica);

    Irlanda: Ulsteriani (con capitale Emain Magach), abitanti del Mide (centro-est), del Connacht (ovest) e del Munster (sud-est), Scotti (che migrarono in Caledonia che prese il nome di Scozia);

    Scozia: Pitti e Caledoni;

    Galles: Ordovici, Siluri e Cornovii (che poi migreranno in Cornovaglia)

    Inghilterra: Atrebati, Belgi, Catuvellani, Trinovanti, Dumnoni (in Cornovaglia), Coritani, Briganti, Suessoni, Carataci, Novanti, Segovii, Trinovanti, Iceni;

    Danimarca: Arudi, Cimbri, Ambroni (si tratta in prevalenza di popolazioni germaniche, di influenza celtica).

    Dunque i Celti, durante una loro migrazione, giunsero fino in Turchia. Nel 278 a.C. Brenno, omonimo del condottiero che un secolo prima sconfisse i Romani, invase la Pannonia e da lì, attraverso l’Illiria, giunse in Grecia, distruggendo Delfi, dove venne ferito. Tra il 278 a.C. ed il 270 a.C., trovando resistenza in Grecia, in particolare in Macedonia, una parte della popolazione celtica attraversò lo stretto dei Dardanelli e si stanziò a ridosso della Bitinia, approfittando anche dell’invito del re locale Nicomede, che, in cambio di territori, li assoldò come mercenari per conquistare l’Anatolia ed avere uno stato cuscinetto con i Frigi. La loro espansione ed i loro saccheggi furono interrotti dall’imperatore di Siria Antioco I, che li sottomise e li confinò in Galazia, regione nei pressi di Ankara. Successivamente, nel 230 a.C., il re di Pergamo Attalo I, sconfigge i Galati che si erano ribellati e fa erigere, come segno di trionfo, dei gruppi marmorei. Di questi oggi ci rimane una copia romana del “Galata Morente”.

    L’altra parte della popolazione, che costituiva il flusso migratorio, caratterizzata in particolare dalla presenza dei Bastarni, sconfitta in Macedonia dal re Filippo, padre di Alessandro Magno, si stanziò in Bulgaria, fondando il regno di Tylis.

    E’ opportuno fare una considerazione sull’Irlanda. Fu l’unico paese celtico che non subì invasioni, per cui sviluppò la propria cultura completamente senza subire influenze esterne. Era divisa in cinque regioni: a nord l’Ulster, con capitale Emain Magach, a sud il Munster, con capitale Caisel, ad ovest il Connaught, con capitale Cruachain, ae est il Leinster, con capitale Dinn Rig ed al centro-est il Mide, con capitale Tara, luogo sacro vicino a Dublino. La prima e l’ultima regione furono le più progredite, con la prevalenza finale dell’ultima. Nel 450 d.C. l’Irlanda era divisa in due regni. Il regno del nord abitato dagli Uì Neìll e quello del sud, popolato dagli Eòganachta.

    Dediti alla pastorizia, gli abitanti dell’Isola Verde, non erano molto progrediti scientificamente. Amavano la musica, le arti esoteriche, la natura e svilupparono l’alfabeto ogamico fatto di segni, con il quale composero fiabe, divinizzando eroi nazionali, tra cui Cù Chulainn . Il mito, presso i Celti era importante e questo gli Irlandesi lo applicarono abbastanza. Favole quali l a conquista di Etain , Tàin Bò Cùailnge (la cattura del toro di Cooley), the Book of Leinster , the book of Dun Cow, the yellow book of Lecan (le tre massime fonti mitologiche gaeliche), novità sul maiale di Mac Da Thò sono saghe che raccontano di eroi popolari, di dei, come Maeve, divinità della guerra che visse tre volte, ricalcando le religioni scite e le strutture celesti degli inferi, riprese da tutte le altre religioni. Si ripete il tema della reincarnazione e della resurrezione.

    Gli Scotti migrarono in Galles, dove i loro discendenti furono chiamati “selvaggi” (gaelici) dalle tribù locali ed in Caledonia, a cui diedero il nome di Scozia, tra questi, sull’isola sacra di Iona approdò San Colombano (563 d.C.) che evangelizzò la regione assieme a dodici discepoli.

    Dunque la cultura celtica si interseca con il cristianesimo.

    Sia l’Irlanda che la Gallia furono sede di molti conventi, che in realtà erano comuni. La seconda, poi, fu patria di San Martino, vescovo di Tours, nonché della setta eretica pelagiana, che contrapponeva alla grazia divina, professata da S. Agostino, solo la capacità umana.

    L’Irlanda era la patria della chiesa celtica, che già esisteva prima dell’evangelizzazione della chiesa romana operata da San Patrizio e da Palladio. Questa fu importata dall’Aquitania che aveva frequenti commerci con l’isola verde, ricca di stagno. Nella chiesa celtica non c’era una struttura ed un’organizzazione, esistevano solo abati, la pastorale era semplice, i frati vivevano in luoghi appartati (isole, eremi…), lontano dai conventi, il simbolo più usato era la croce celtica, segno di rigenerazione, contenente al centro la ruota solare, imitando i druidi gli abati al posto della chierica usavano una rasatura da orecchio a orecchio, lasciando i capelli sulla nuca lunghi. La chiesa celtica adattò il modello cristiano all’amore per la natura, per la fantasia, per i luoghi fiabeschi. E’ evidente che, nonostante le dominazioni e le influenze, la filosofia dei Celti rimase incontaminata. In Irlanda, come in Scozia, non si annoverano martiri, segno che il modello cristiano fu accolto pacificamente. Tuttavia ci sono molti santi, nominati anche con la segnalazione degli anacoreti, uomini, che si distinguevano per la semplicità, il vigore, la mitezza.

    Ci furono notevoli dissidi tra chiesa celtica e chiesa romana: alle volte si rasentava la scomunica, come quando Fergal, vescovo di Salisburgo, credeva che sottoterra esistesse un mondo parallelo, in base al modello celtico.

    Lo scontro decisivo tra le due chiese fu nel 663 d.C. nel concilio di Whiotby. In questa sede il dissidio principale, preso a pretesto dalla chiesa romana, consisteva nella festa della Pasqua, che gli abati celtici festeggiavano tre giorni dopo le Palme, secondo la tradizione di Giovanni Evangelista. La chiesa di Pietro e Paolo uscì vincitrice.

    Tuttavia gli abati celtici continuano la loro evangelizzazione in Europa: Sangallo (Svizzera), Bobbio (Pavia), Francia, Salisburgo, Scozia, Inghilterra, Germania.

    Nel 410 d.C. i Sassoni, gli Angli e gli Juti, popoli germanici, occupano l’Inghilterra. I Britanni si ritirano in Cornovaglia, Galles (dove c’è il vallo di Olla), Bretagna e Scozia. Nel 440 Ambrogio Aureliano prende il potere e sconfigge i germani. Nel 491 compare il mito di Artù che, attraverso dodici battaglie, scaccia gli invasori. Dopo il 500 l’Inghilterra è di nuovo in mano ai germanici, che abbracciano la chiesa romana. L’Irlanda vivrà le invasioni vichinghe (793 d.C.) e comincia un periodo di migrazioni degli irlandesi verso l’Europa. Successivamente sarà la volta delle invasioni normanne, che importeranno l’amore per l’agricoltura e la pastorizia.

    Nel 1066 il duca Guglielmo di Normandia riprende l’Inghilterra e restaura la chiesa celtica, rinasce il mito del Graal e di Artù, che viene abbracciato anche dalla Francia, per puri scopi politici, in opposizione al domino della chiesa romana. Nel 1180 Chretien de Troyes scrive il Perceval, nel 1210 Wolfram von Eschenbach compone il Parsival.

    Il re Artù non sappiamo se sia esistito veramente. Sappiamo che richiama il dio celtico Artaios. Questo re si avvaleva del druida Merlino, il cui padre, secondo la tradizione, era Ambrogio Aureliano, a sua volta fratello di Uther. Da quest’ultimo nasce Artù che estrae la spada dalla roccia (caliburnus) e diventa signore di Camelot. Sposa Ginevra e fonda una tavola rotonda di 150 cavalieri. Con essi battè i Sassoni, i Pitti e gli Scotti. Suoi compagni sono:

    Tristano, che innamorato di Isotta, andò in Francia dove morì;

    Lancillotto, che circuì Ginevra;

    Galvano, che si avventura sulle Orcadi, combattendo contro il cavaliere verde;

    Galahad, figlio di Lancillotto, e Percivale che vanno alla ricerca del Graal.

    Artù, alla fine, accompagnato da alcune donne, si ritira su un’isola, da cui farà ritorno successivamente.

    Dunque, ci sono tutti gli elementi delle saghe celtiche: il re e il druida, che lo consiglia e guida; le riunioni assieme, rievocate dalla tavola rotonda; le sofferenze per l’amore, vissute da Tristano e Lancillotto; la lotta contro il nemico di Galvano, come Cù Chulainn, contro il drago; la rigenerazione, come quella di Artù, che fa ritorno da un’isola misteriosa, cioè muore e si rigenera.

    Siamo di fronte ad un eroe mitizzato, come è nella cultura celtica. Il Graal, poi, rappresenta le nature di Cristo: umana nel sangue e divina nell’acqua. Entrambe sono unite assieme dallo spirito. Questi sono i tre elementi raccontati da Giovanni, che era il più seguito dalla chiesa celtica. Chi possedeva il Graal, possedeva questi tre elementi. Di nuovo la fantasia serve ai Celti per superare le avversità della vita, che in questo caso erano rappresentate dai Germani.

    Brutta Razza!!!!!!!!
    Salù

Inserisci un commento

Devi essere loggato (loggati ) per inserire un commento.