Il Rossese

Rossese di Dolceacqua

Rossese di Dolceacqua

Certamente il nostro vino, il ROSSESE, dovrebbe essere il fiore all’occhiello di Dolceacqua.
Fiore all’occhiello dal punto di vista sia dell’immagine, che della tradizione più antica.
Tutti noi lo conosciamo e lo beviamo; pochi ancora lo coltivano.
Altri lo commerciano ed altri ancora, hanno cercato e cercano di farlo conoscere.
Ebbene perchè non apriamo una discussione sul ROSSESE?
Grazie.

il Grillo Parlante , 4 December 2008

Commenti

237 Commenti a “Il Rossese”

  1. John - 4 December 2008 alle 11:50

    Parteciperò attivamente alla discussione più in là, oggi sono un po’ preso, approfitto però per riportare un articolo di sanremonews.it che segnala un appuntamento per domani 5 dicembre:

    E’ fissata per venerdì 5 dicembre alle ore 17, presso il punto vendita di Piazza G. Mauro (piazza della chiesa) a Dolceacqua, la presentazione del nuovo Rossese di Dolceacqua DOC Superiore 2007 Maixei, che la cantina della cooperativa Riviera dei Fiori scarl propone per la prima volta dopo il significativo intervento di riposizionamento, sia di prodotto che di immagine, intervenuto negli anni scorsi. “Si tratta di un Rossese eccellente – afferma Franco Ardissone, presidente di Riviera dei Fiori scarl – che ci consente di guardare fiduciosi al futuro”.

    Durante la presentazione, cui sono stati invitati conferitori, produttori, ristoratori, giornalisti, verranno aperte le prime bottiglie di Rossese Superiore 2007, che per disciplinare diventa tale solo dopo il 1° novembre dell’anno successivo alla vendemmia.

    Sono oltre 30 i viticoltori coinvolti nella vinificazione di Maixei, il Rossese di Dolceacqua prodotto dalla cantina della cooperativa Riviera dei Fiori Scarl. La produzione vinicola è di circa 55 mila bottiglie di Rossese all’anno, pari a 440 hl di vino e rappresenta il 18% del mercato del Rossese di Dolceacqua DOC. Grazie a un ambizioso progetto avviato già negli anni scorsi, Riviera dei Fiori produce vini in purezza, limitando all’essenziale gli interventi previsti, utili a garantire la salubrità e la qualità del prodotto. Grazie agli interventi operati dagli enologi nelle varie fasi della vinificazione, vengono migliorati ed esaltati colore, profumo e stabilità, necessari a conservare la tipicità e la tradizione del prodotto, a cui è stato dato il nome di Maixei, per richiamare, attraverso i caratteristici muretti a secco, l’attaccamento alla tradizione, al lavoro e alla fatica, tipici di questa parte di Liguria.

  2. gturs - 4 December 2008 alle 18:03

    Ma come nessun commento!!!
    E’ il fiore all’occhiello di Dolceacqua e non avete nulla da dire?
    Io personalmente se devo fare un regalo a chi non è di queste parti, regalo sempre due bottiglie di Rossese, perchè so di non fare brutta figura…!!!
    Saluti a tutti.

  3. fulga - 5 December 2008 alle 12:01

    Il Rossese ricordo che è stata la prima DOC della Liguria e merito di questo và a “Nino di Pascalin” e gliene và dato merito.
    In questi ultmi anni il prodotto è migliorato molto perchè molti produttori, stimolati dai più giovani, hanno investito sia sul terreno che in cantina stando ben attenti a tutte le fasi di lavorazione.
    Le “famose puzzette” che in alcuni vini ne sono caratteristica di eccellenza nel nostro il più delle volte erano dettate da vecchie botti o lavorazioni non corrette.
    Ad aprile in occasione dell’evento di promozione con Massobrio al Castello ho avuto l’occasione di assaggiare il rossese di diversi produttori e vi posso dire (a mia modesta opinione) che oltre il 70% ha raggiunto una buona qualità.
    Ma non per tutti e per tutte le tipologie di vino (base o superiore) o per tutte le “bottiglie”. E qui mi fermo…

  4. fulga - 5 December 2008 alle 12:01

  5. fulga - 5 December 2008 alle 12:03

    Perchè non raccogliamo foto delle etichette di Rossese? io in cantina ne ho alcune curiose, se Jhon ci da lo spazio potremmo creare un archvio.

  6. John - 5 December 2008 alle 13:16

    Nessun problema a mettere su una galleria fotografica proprio in questa sezione, che più in là cercherò di evidenziare nelle colonne di destra della home page, in modo che non si perda poi nel tempo.
    Ripeto che questo è il blog DI Dolceacqua, quindi non fatevi problemi a chiedere permessi o simili.
    Chi vuole quindi mi invii le varie etichette attraverso la pagina contattaci. L’ideale, se riuscite, è inserirle tutte in un file .zip e inviare quindi un file unico. Sennò anche una per volta senza problemi.

  7. John - 5 December 2008 alle 13:36

    Da tempo mi pongo un quesito riguardante il Rossese di Dolcacqua: può il Rossese acquisire valore sul mercato e diventare un vero business per la zona?

    Dai primi anni ’70, quando il Rossese di Dolceacqua si guadagnò la DOC , grazie anche a Nino di Pascalin, le cose direi che sono cambiate. Dai tempi in cui c’era la Cantina del Bairò i metodi di vinificazione si sono evoluti, così come la qualità. Ormai tutti i principali produttori si affidano all’enotecnica, così come il territorio ha visto l’arrivo di nuovi imprenditori che stanno investendo in questa produzione. Addirittura qualcuno ha provato anche ad estendere, invano, il territorio di produzione verso la Val Roya, ripiegando poi su un’etichetta che storpia il nome “Rossese”, segno che il Nome c’è e può offrire un buon margine di reddito.
    Analizzando un po’ di numeri trovati sulla rete, sperando siano verosimili, vedo che la produzione annua gravita verso le 300.000 bottiglie prodotte, ipotizzando una media di 6 euro la bottiglia, stiamo parlando di un fatturato complessivo poco inferiore a 2mln di euro, dati tipici di un prodotto “di nicchia”, per veri intenditori.

    Logica vorrebbe che scopo del produttore fosse quello di incrementare sempre il guadagno. Considerando che limitare le spese non è cosa semplice, rimangono due vie per far ciò:
    – aumentare la produzione
    – aumentare il valore del prodotto

    La prima ipotesi è quella che mi spaventa maggiormente. Vero è che margini di espansione per i vigneti ce ne sono ancora in zona, ma pare, da voci che girano al bar che spesso e volentieri un minimo di fondamento ce l’hanno, che recentemente questo principio venga soddisfatto da qualcuno con il mischiare le uve di Rossese con quelle di grappoli che “rendono” di più, come il Sangiovese, oltre i parametri consentiti (5%?), a discapito ovviamente della qualità e dell’originalità del prodotto.
    Ipotizzando che ciò fosse vero, le conseguenze potrebbero essere devastanti. Chi aumenta la produzione e quindi il fatturato, può permettersi all’ingrosso di tenere basso il prezzo, questo però rischierebbe di tagliare fuori dal mercato chi il Rossese di Dolceacqua lo produce ancora come Bacco comanda, avendo un rapporto costi/risultato ben diverso. L’epilogo di tutta questa ipotesi potrebbe essere un mercato saturato da un prodotto di scarsa qualità, che non potrebbe comunque mai competere con altri vini rossi prodotti su larga scala, che rischierebbe di perdere anche quella nicchia di fini bevitori.
    Sicuramente la mia ignoranza in materia mi porta ad essere paradossale e tendente al tragico, ma son convinto che anche in una belinata priva di fondamento ci possa essere uno spunto di riflessione.

    Andando invece alla seconda ipotesi, un po’ più “pubblicitaria”, si potrebbe pensare ad aumentare il valore del prodotto, ma come? Sicuramente pubblicizzandolo maggiormente in modo da far aumentare la domanda o cercando nuovi mercati. Come già fatto notare stiam parlando di un fatturato complessivo relativamente basso, che non so quanto margine lasci a spese riservate al marketing e al commercio estero o alla vendita online. Guardandoci intorno, però, se il fagiolo di Pigna, che non è altro che un cannellino, costa come l’aragosta, forse trovando i canali giusti anche il Rossese potrebbe acquisire ulteriore valore …
    Sicuramente potrebbe essere utile un serio consorzio di produttori, finalizzato ad investire sulla diffusione del marchio e nella ricerca di nuovi mercati disposti a spendere di più. Difficilmente sennò il singolo produttore, mediamente piccolo, può riuscire in questo intento con le proprie forze, a differenza di produttori con altri vitigni in zone più “comode”.
    Si potrebbe chiedere il supporto di enti preposti, come Comunità Montana, Provincia, Regione, Camera di Commercio nel realizzare un progetto di immagine veramente importante, e non limitato ad eventi spot. Direi che anche il Comune nel suo piccolo, potrebbe provvedere a pubblicizzare maggiormente: oggi il turista “ignorante” che non conosce il Rossese, difficilmente se ne va avendo acquistato un paio di bottiglie. Occorrerebbe forse investire anche in tal senso, ad esempio facendo apporre nei bar “Qui si serve Rossese di Dolceacqua” , ovviamente scritto in più lingue. Il turista dovrebbe andarsene da Dolceacqua ricordandosi due cose fondamentali: lo scorcio formato da ponte Vecchio e Castello, il fatto che a Dolceacqua di produce il Rossese, magari dopo averlo assaggiato e apprezzato!

    Dopo tutto questo delirio, per rispondere ad una mia domanda che meriterebbe una tesi di laurea quanto meno, chiudo ponendo altre domande: quanto interessa realmente agli attuali produttori questo discorso di aumentare il valore del prodotto? Quanti sarebbero disposti a collaborare per la creazione di un immagine, un marchio e quanti si accontentano di vedersi conferito qualche saltuario riconoscimento? Quanti ricercano un incremento del valore del prodotto con il rischio di avanzare qualche bottiglia e quanti invece si accontentano di vendere tutta la produzione allo stesso prezzo da 5 anni a questa parte? Quanto si è fatto in 35 anni di DOC?

  8. Stupa IV - 5 December 2008 alle 18:03

    Hai colpito nel segno: è un mistero come alcuni produttori che hanno qualche vite mezza secca producano 6/7000 bottiglie l’hanno… mah…

  9. Ninut - 5 December 2008 alle 18:37

    Costà quello che vendeva vino vicino al ponte nuovo dove adesso cè il fiorista, quando gli chiedevano dove avesse la vigna, usciva sulla porta della botega e indicava al cliente tutte le vigne che si vedevano di fronte.(Rochin)
    Come vedete non è dificile produrre Rossese.
    Tanto di capello a quelli che lo fanno veramente con passione.
    Salù

  10. Bairo - 5 December 2008 alle 18:47

    Oltre che al mistero citato da Supa e da me condiviso..
    Secondo voi è normale che nei bar di Dolceacqua un bicchiere di rossese prodotto da dolceacquini in loco, costi di più di un vino ben più conosciuto e considerato, prodotto migliaia di km più in la? I famosi e premiati, produttori di Rossese si facciano un esame di coscenza…..

  11. Stupa IV - 5 December 2008 alle 14:04

    @ fulga
    bella idea… mi faccio un giro in cantina nella polvere e vedo se riesco a trovare qualcosa di interessante…

  12. giovanni - 5 December 2008 alle 15:06

    John hai centrato il problema;
    nella tua valutazione della produzione hai forse dimenticato una caratteristica molto, ma molto importante.
    Il Rossese non è purtroppo un vino da invecchiamento,eccetto una minima percentuale;
    pertanto la convenienza economica si raggiunge a partire dal primo anno di produzione sino a tre, quattro anni.
    Ciò se da un lato è negativo dall’altro potrebbe essere molto positivo.
    Raggiungendo una buona commercializzazione sarebbe di fatto un investimento economico a breve termine che potrebbe invogliare soppratutto i giovani.
    Però la DOC dovrebbe essere tale, non solo sulla carta;
    il controllo in questi 30 anni chi lo ha fatto?
    Per quanto riguarda il merito di Nino Pascalin, a me risulta altro. Anche se in piccola parte il merito si può attribuire forse al nostro Nino, però il vero merito io lo darei al n/s Giancarlo Sciarletto.
    Buona l’idea: “QUI’ SI SERVE IL ROSSESE DI DOLCEACQUA”, però nel contempo dovrebbe essere garantita la GENUINITA’.
    Certamente il ROSSESE è un VINO DI NICCHIA ed in quanto tale va commercializzato.
    Non commento quanto afferma Fulga; questa non è la sede deputata alla polemica.
    Bona

  13. John - 5 December 2008 alle 15:21

    Concordo pienamente con te sul controllo della qualità e mi pare di aver fatto trasparire la mia preoccupazione nel commento.
    Un’idea potrebbe essere quella di organizzare un concorso annuale per valutare i 3 migliori Rossese, unica accortezza per gli organizzatori, quella di acquistare regolarmente (sotto mentite spoglie) le varie etichette in cantina, bar, negozi e di tenerne nascoste le identità agli assaggiatori … non vorrei che qualcuno portasse per l’occasione “u vìn d’a bute bòna” o che qualche giurato si facesse influenzare dall’etichetta. Una sorta di consorzio potrebbe anche tutelarsi in tal senso provvedendo a segnalazioni a NAS e G. di Finanza. Ricordo qualche anno fa il sequestro di una partita di “Rossese di Dolceacqua” … di Diano Marina!
    Per il merito della DOC , nei primi anni ’70 non avevano neppure presentato la D.I.A. per mettermi in cantiere, riporto solo quello che sento dire.
    Invece mi chiedo tra le altre cose, c’è qualche iniziativa per “invogliare” i giovani a intraprendere questa attività? Tra i mille finanziamenti europei per agevolare agriturismi farlocchi (non apriamo qua la questione per cortesia) o simili spero ci sia anche qualcosa a riguardo.

  14. giovanni - 6 December 2008 alle 04:19

    La tua idea è veramente buona. Concordo pienamente e ti invito, in quanto sensibile e competente,a coinvolgere i giovani della tua “squadra” per realizzare quanto hai proposto.
    La mia collaborazione “in chiaro” ci sarà sicuramente.
    Per quanto riguarda i finanziamenti, ti assicuro che ci sono; occorre soltanto cercarli nei meandri della macchina burocratica regionale. E poi perchè non ci rivolgiamo al n/s Assessore Regionale all’Agricoltura Cassini Giancarlo “Sciarletto”?
    Credimi, molti dei GIOVANI della tua “squadra”, per quanto li conosco, hanno tutte le capacità e la voglia di realizzare la tua importantissima proposta.
    Bravo e continua.

  15. giovanni - 6 December 2008 alle 07:13

    Trasmetto quanto segue:

    Rossese di Dolceacqua
    Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

    Rossese di Dolceacqua DOC
    Istituito con decreto del 28/01/1972
    Gazzetta Ufficiale del 15/05/1972,n 125
    Resa (uva/ettaro) 90 q
    Resa massima dell’uva 70,0%
    Titolo alcolometrico naturale dell’uva 11,5%
    Titolo alcolometrico minimo del vino 12,0%
    Estratto secco netto minimo 23,0‰
    Vitigni con cui è consentito produrlo
    Rossese: 95.0% – 100.0%
    fonte: Ministero delle politiche agricole

    Il Rossese di Dolceacqua è un vino prodotto nel ponente ligure, ed esattamente in val Nervia e Valle Verbone in provincia di Imperia.
    Questo vino prende nome dal borgo di Dolceacqua.
    Pare che Papa Paolo III Farnese fosse un suo estimatore.
    Caratteristiche organolettiche
    Il Rossese – che ha avuto la Denominazione di Origine Controllata – si produce con la qualità d’uva Rossese:
    è un vino di colore rosso rubino, dal sapore morbido, fragrante e corposo e profumo intenso. Può essere abbinato sia alle carni bianche sia a quelle rosse, ma può essere gustato anche in altri momenti del pranzo (primi, formaggi ecc.)
    Ha una gradazione alcolica tra i 12 e 13 gradi. È bene consumarlo nell’arco dei 4-8 anni, senza farlo eccessivamente invecchiare.
    Si serve ad una temperatura tra i 16 e 18 gradi.
    La qualifica Superiore si deve ad un invecchiamento minimo di 1 anno e ha una gradazione alcolica non inferiore a 13 gradi.
    Il profumo è vinoso, fragrante e fruttato da giovane, si fa intenso e persistente, con sentori di rosa leggermente appassita e di fragola di bosco matura, se giustamente affinato.
    Il sapore è asciutto e giustamente tannico da giovane, che si fa più morbido, sapido, con caratteristico fondo amarognolo.
    Abbinamento gastronomico: con l’antico e tradizionale stufato di capra con i fagioli, capretto ripieno, agnello al forno, coniglio all’erbette, vitella all’uccelletto, terrina di fagiano, faraona alla crema con funghi, tordi in casseruola e formaggette dell’alta Val Nervia.
    Produzione volume in ettolitri:
    (1990/91) 1300,74 – (1991/92) 1163,33 – (1992/93) 1466,64 – (1993/94) 1687,47 –
    (1994/95) 714,53 – (1995/96) 1165,16 – (1996/97) 1638,44

  16. fulga - 6 December 2008 alle 09:05

    In merito alla possibilità di un consorzio c’è un gruppo di produttori che lo sta portando avanti ma purtroppo solo i principali stanno aderendo. E’ ancora in fase embrionale ma una volta definito credo che sia importante che tutti ne facciano parte.
    Il Consorzio ovviamente consentirebbe di :
    – creare organismi di controllo di qualità
    – promuovere con più forza ed in modo unitario il prodotto
    – essere interlocutore unico e forte con le istituzioni per attività di richiesta finanziamenti e di co-finanziamenti.

    A questo aggiungo altre due iniziative che potrebbero dare ulteriore stimolo entrambe in fase di definizione operativa:
    – la strada di prodotto provinciale
    – l’Enoteca Regionale nel nostro Comune

    Sul costo del vino:
    da una parte Jhon parla di aumento del prezzo di vendita per dare maggiore reddività e dall’altra Bairò che lamenta un prezzo di vendita molto alto.
    E’ un problema di filiera ma effettivamente legato al costo di produzione.
    E’ evidente che la quantità di vino prodotto in funzione ai costi di coltivazione, raccolta e produzione è di molto superiore ad altri vini come quelli Piemontesi, Toscani o in assoluto Meridionali.
    Ci sono vini che a costi della metà rispetto al Rossese sono altrettanto validi.
    Per cui per riuscire a vendere un prodotto come il Rossese a questi prezzi deve essere ovviamente identificato come vino di “nicchia”. Sinceramente quando lo trovo sui scafali del supermercato la cosa mi lascia sempre molto perplesso.
    Come sempre il costo lo detta il mercato: mi risulta e lo so per certo, che i produttori di eccellenza svuotano ogni anno la propria cantina il che significa che il prezzo applicato è corretto.
    Un Consorzio sicuramente potrebbe occuparsi anche di questa problematica.

    Investimento:
    nel 2001 inviai (allora non ero ancora ritornato a risiedere a Dolceacqua) 6 bottiglie a Bruno Pizzul che a Quelli del Calcio con Fazio prentava la trasmissione.
    Pizzul ogni domenica parlava di un vino. Ne parlò una domenica a febbraio. Un risultato incredibile visto gl ascolti della trasmissione: un solo produttore mi ringraziò per l’iniziativa.
    Questo per dire come ancora oggi si faccia fatica a comprendere che occorre “investire” per poter “vendere”.
    Pensate che ad alcune manifestazioni di degustazione fatte con la Proloco anche per eventi specifici sul Rossese, molti produttori vogliono che gli si paghi le 2 o 3 bottiglie che ti danno.
    Caro Jhon, condivido con te che le istituzioni ed il Comune di Dolceacqua in primis debba svolgere attività di promozione ma questa deve essere fatta con il coinvolgimento dei produttori (vedi ad esempio per la michetta che invece abbiamo realizzato la confezione grazie all’adesione di chi la produce) Se non ci credono nemmeno loro… Ma come detto prima, con queste due nuove iniziative ed un probabile consorzio le cose possono cambiare.

    Con un discorso ed un progetto serio si possono trovare i giusti finanziamenti.
    E nel prossimo post vi dirò quale progetto ho in mente ma che è rimasto nel cassetto.

  17. fulga - 6 December 2008 alle 09:24

    Il progetto a cui ho fatto riferimento al post precedente intendeva creare un “Museo delle Vigne” e prevedeva (o prevede):
    – l’acquisto dellìex cinema Balbo
    – l’area a terrazze fronte prcheggio SanFilippo fino alla mulatiera dietro al castello
    – realizzazione di una passarella che dall’ex Cinema Balbo permettesse di accedere all’area di cui sopra (a norma per disabili)

    L’idea era quello di creare nell’ex cinema un museo sul vino(e vista la possibilità posizionare li l’enoteca regionale) e accedere con la passarella sulle terrazze dove venissero impiantati in ogni fascia un vitigno diverso dei vini liguri, da Ponente a Levante.
    Un sito con muri in pietra tradizionali, l’uso dell’acqua a cascata (la vasca è già in alto), l’installazione di un impianto di risalita come c’è nelle 5 terre per il trasporto dell’uva.
    Il percorsso si concluderebbe al castello e quinid potrebbe essere un ulteriore via di accesso e gestito anche in senso inverso (per i non disabili).
    La gestione della vigna potrebbe essere data all’Agraria di Imperia (quindi come attività scolastica reale e sul campo) mentre chidere all’Università di Pollenzo quella di Slow Food Petrini di usare questo sito quale base di studio per i vini autoctoni liguri (e qui avevo già un loro interessamento).

    Questo progetto aveva molti lati positivi che brevemente indicO:
    – riqualificazione dell’ex cinema e dell’area oggetto dell’intervento che è a fianco al castello
    – portare turisti anche verso la parte del borgo evitand oquini il concentramento che oggi avviene nella terra
    – offrire una nuova attrazione turistica (non mi risultano musei di vigne a cielo aperto in italia e poche al mondo)
    – rafforzerebbe l’immagine della trdizione vinicola del nostro paese a vantaggio ovviamente del rossese e di tutti lg ialtri prodotti tipici
    – posti di lavoro
    – scuola ed istruzione anche per i nostri ragazzi

    I costi sono alti ovviamente per questo è ancora nel cassetto, anche se ho avviato ricerche di finanziamenti tramite Regione, Stato ed Europa.

    E’ la prima vota che ne parlo a così tante persone
    Ch ne pensate?
    E’ irreale?

  18. John - 6 December 2008 alle 14:52

    Innanzitutto devo dire che sono molto contento della piega che sta prendendo questo articolo e il Blog in genere, si fanno solo parole lo so, ma intanto si inizia a parlare e non ci si tiene tutto dentro.
    Prima di commentare qualche opinione sopra ci tengo a riportare quanto vissuto ieri sera.
    Mi trovavo al bar con vari amici che non conoscono il Blog e quindi non sono al corrente di questa discussione e indovinate dove è andato a parare il discorso? Proprio sul Rossese di Dolceacqua.
    In particolare da un lato c’era un giovane imprenditore voglioso di spingere il marchio, ricercare nuovi mercati, fare fiere, cercare fondi, e quant’altro. Dall’altro il figlio di un piccolo produttore, non interessato a portare troppo fuori la produzione perchè dubbioso sul fatto che i numeri attuali non riuscirebbero a soddisfare la potenziale richiesta, in sostanza: “quello che vendo ora e come lo vendo a me sta bene”.
    Manco a farlo apposta, direi che mi sono trovato davanti a quella che reputo una buona sintesi della situazione attuale a Dolceacqua: da un lato il produttore che vuole investire, promuovere, ottenere riconoscimenti anche solo verbali, dall’altro, quello che intende semplicemente mantenere la situazione della clientela attuale perchè così è sufficiente.
    Un punto in comune su cui si sono trovati è stata la ricerca di mantenere la filiera produttiva, il metodo di vinificazione, il più vicino possibile a quella che è la tradizione, ossia una fermentazione senza aggiunta di alcun agente chimico esterno e una conservazione in botti di castagno o di quercia. De gustibus, non metto becco in questo.

    Nota secondo me dolente che è uscita ieri: la non presenza del Rossese di Dolceacqua, e una scarsa partecipazione della Liguria in genere, al VinItaly tenutosi a Verona. Non ho approfondito la questione, ma trovandomi a lavorare per un ente pubblico torinese che promuove costantemente i vini piemontesi e che sul VinItaly ogni anno investe molto perchè manifestazione “strategica”, sono rimasto un po’ basito dalla notizia.
    La sensazione in sintesi è stata quella già espressa e in parte confermata: non c’è un interesse generale neppure da parte dei produttori di promozione del marchio. L’investimento è demandato ai singoli che, in alcuni casi, si muovono in modo autonomo per cercare nuovi clienti e nuovi mercati.
    La mia teoria di un mercato estero disposto a pagare di più è stata poi parzialmente smentita, nel senso che attualmente l’estero conosce molto di più vini rossi piemontesi e toscani, quindi il Rossese all’estero oltre una certa soglia pare non abbia mercato. Chissà però con una produzione e una promozione maggiore …

  19. John - 6 December 2008 alle 15:01

    @giovanni
    Non voglio fare il mieloso, ma pur avendo scelto di vivere, per ora, lontano da casa, ho tutto il piacere che la mia terra continui a vivere e venga apprezzata come è emerso ieri sera, sempre al bar, riportando testimonianze di gente che ha apprezzato e continua ad apprezzare Dolceacqua.
    A me piace pertanto discutere e parlare con gli amici e conoscenti dei vari problemi del paese, però, con le chiacchere da bar si può sensibilizzare qualcuno, ma la vera spinta deve avvenire in altro modo.
    In particolare su questo tema, non ho neppure la competenza necessaria per essere attendibile, l’unica cosa che può far sì che io sia utile è una piccola opera di mediazione, di comunicazione, proprio come sta avvenendo su queste pagine.

  20. John - 6 December 2008 alle 15:28

    @fulga
    La questione del prezzo del vino mi rendo conto che è molto delicata, infatti la mia voleva essere una domanda più generale finalizzata a capire quanto margine di espansione potrebbe avere il Rossese di Dolceacqua. Poi come si vede il tutto ricade nella volontà dei produttori di espansione o meno e nel mercato, di conseguenza poi fino al prezzo finale della bottiglia che è l’ultimo tassello di un discorso che parte dalla filiera produttiva passando per l’investimento promozionale.
    Il fatto che si cerchi di consorziarsi in qualche modo direi che per ora è una buona speranza.
    Non capisco però il tuo appunto della vendita del Rossese al supermercato, secondo te quali dovrebbero essere i canali e i compratori? Ogni tanto ci capita di regalare un po’ del Rossese che produciamo in casa per diletto e, nonostante siamo dei dilettanti totali, il vino viene molto apprezzato. Queste persone sono le stesse che fanno la spesa alla Coop o al DìPerDì, chi dovrebbe essere quindi il cliente tipo?

    Rispetto al progetto più complesso di cui parli, che dire, sulla carta credo che sarebbe una vera rivoluzione, probabilmente positiva e, per ciò che ne so io, totalmente innovativa. In una visione simile Dolceacqua diverrebbe un polo turistico impressionante, soprattutto vedendo come molto turismo estero rimanga di questi tempi affascinato dalla ruralità e dalla tradizione delle nostre terre. A testimonianza si vedano i moltissimi investimenti da parte di europei del nord in paese, ad Apricale, Airole, Buggio, etc. .
    A tendere oltre al vino si potrebbe fare qualcosa di simile anche per l’olio, ma non andiamo troppo fuori tema …
    Proprio per questo boom economico che “rischierebbe” di portare un investimento simile però, mi siederei su una “ciapa” o un “banchetto” a rifletterci bene…
    abbiamo le strutture, i posti auto, la ricettività per reggere un’iniziativa simile?
    Non mi dilungo e non voglio aprire una discussione sulla situazione delle strutture del paese in questa che sta procedendo molto bene, però pensiamo a un progetto molto su larga scala a mio modesto parere.

  21. Stupa IV - 6 December 2008 alle 16:58

    @ John
    io personalmente sono un po’ scettico all’idea di un consorzio, perchè a mio avviso contrasta con il concetto di prodotto di nicchia. La particolarità di questi prodotti sta nel fatto che il cliente li va a cercare direttamente dai produttori, dei quali ha fiducia e conosce le caratteristiche dei prodotti di uno e dell’altro. Qualcuno mi dirà che sono di vedute limitate, ma credo che un consorzio generalizzi troppo l’immagine di un prodotto.
    Inoltre credo che cio’ gioverebbe soltanto ai maggiori produttori a scapito di quelli minori. Li potremmo chiamare i “PAPERONI” del vino, coloro che avendo consolidato l’immagine ed il nome ricevendo premi e riconoscimenti in manifestazioni ed eventi dove presentano le migliori bottiglie, accuratamente selezionate con tanto di etichetta tradizionale e ceralacca rossa sul tappo, e poi rifilano (in nero) ai turisti ignari (tantu i nu capisce in belìn) il “vino della rapa” formata da chissà quali vitigni mescolati insieme per aumentare la resa.
    Non sarebbe difficile determinare quante bottiglie all’anno potrebbe produrre ogni singolo… e per quelle in eccedenza dover dimostrare di aver acquistato uve rossesi da vinificare…
    il vero prodotto di nicchia non sempre lo trovi quando lo vai a cercare…
    poi c’è invece chi ha riserve inesauribili…

  22. giovanni - 6 December 2008 alle 17:11

    La produzione del ROSSESE è aimè molto limitata ed è anche limitata dalla Comunità Europea, vedi i limiti max d’impianto dei vitigni.
    Che “cavolo” significa “FILIERA”, forse il passaggio dal produttore al consumatore NON DIRETTO? In mezzo ci sono i compratori delle uve, i produttori delle bottiglie, quelli delle etichette, quelli dei tappi, i rappresentanti, i dettaglianti all’igrosso, quelli al minuto, ecc., ecc.
    Tutti questi che stanno in MEZZO sono probabilemente quelli che hanno il maggior tornaconto.
    Allora, quali sono le soluzioni per saltare questo esercito?
    Vedi Emilia Romagna, Toscana, Piemonte, Trentino Alto Adige ed altri che da anni hanno fondato le COOPERATIVE, questa forse è una soluzione per abbattere i prezzi.
    E’ lo spirito cooperativo che ci manca. Ognuno pensa al proprio “orticello”.
    Museo delle Vigne? Ma che cavolo di museo propone Fulga, il nostro Museo lo abbiamo naturale, purtroppo in parziale abbandono; ripeto bisogna coinvolgere anche in questo caso i GIOVANI, non creare degli improbabili MUSEI!!!!
    Tutto quanto l’ho pensato durante le ore che sto passando nelle OLIVE per farmi un po d’olio.
    Questo sarebbo un’altro importante argomento, che comunque si collegherebbe al vino. Questa è la NOSTRA AGRICOLTURA.
    Altro che “consorzi” e “filiere” e mega progetti improbabili, che sarebbero solamente NOSTRI SOLDI BUTTATI AL VENTO.
    Ora smetto, ho il braccio stanco dovuto alla “ramauira”
    Salu.

  23. fulga - 6 December 2008 alle 18:44

    @jhon
    il mio stupore di vedere il rossese nei supermercati è dato dal fatto che essendo una produzione limitata non pu soddisfare quelle che sono le esigenze di una rete di vendita la quale vuole garanzie di continuità nella vendita di un prodotto. Non può permettersi di “affezzionare” la sua clientela ad un prodotto e poi no nrenderlo più disponibile.
    Lo stesso problema è con la vnedita all’estero, per poterla fare devi garantire numeri elevati.

    Sul boom economico di cui parli, ti assicuro che il “turismo sostenibile” è un uno degli elementi a me più cari e che caratterizzano il mio modo di pensare e fare turismo. E’ ovvio che se accadesee quanto tu dici dovrebbe essere in qualche modo calmierato e discusso seduti su un “banchetto”.

    @Stuppa IV
    le tue perplessità sul Consorzio sono quelle che hanno i piccoli produttori ma ti posso dire che chi maggiormente investe in qualità è proprio colui che non può permettersi errori o eventuali truffe. Immagina che se domani mattina una qualcuno mette sul mercato del rossese di qualità scadente questo non crea solo un danno alla sua azienda ma a tutti gli altri produttori, perchè quello che viene indentificato come prodotto non buono è il vino e poi il produttore. Vedi esempi lo scandalo del Brunello di Montalcino.
    Per cui è giusto verificare e capire come si pone un consorzio ma lo strumento di tutela e controllo non può che essere fatto dagli stessi produttori a loro garanzia.

    @Giovanni
    Filiera o Filiera “corta”: il vino rossese venduto al bar a volte la vendita è diretta produttore-barista ma spesso questo passa attraverso la mediazione di un agente e a volte anche di un distributore. Potrei farti molti esempi concreti.
    Ma il problema era il prezzo. E’ vero chi sta in mezzo guadagna ma si parte già da un prezzo all’origine alto. Con questo non voglio dire che non sia giusto dico solo che per i costi di produzione del nostro vino sono più alti di altre zone.
    Sul progetto: che tu non corcordassi era quasi scontato !! e non voglio nemmeno convincerti della bontà dello stesso. Voglio solo sottolineare una cosa: parli di giovani e il progetto è per i giovani con il coinvolgimento di Agraria ed Università.
    Poi è chiaro che il Museo è una opportunità di promozione del prodotto e non solo del vino.
    Sul fatto che sarebbero soldi buttati al vento, lascio ad altri esprimere opinione su questo.
    Ma credo dovresti analizzare a 360° senza pregiudizi i vantaggi di tale intervento che non sono solo queli indicati. Ma meriterebbe una discussione aperta diretta.

  24. giovanni - 7 December 2008 alle 08:55

    a Fulga,
    le ragioni dell’elevato costo di produzione sono evidenti; al contrario dei vigneti ad esempio di Nebiolo, nelle Langhe, i nostri sono penalizzati dalla conformazione del territorio; inoltre sono pesantemente penalizzati dalle infrastrutture, vedi STRADE. Se in passato non le avessero, le strade, realizzate i “privati”, nessuno, dico nessuno, avrebbe immaginato di costruirle.
    E’ questo che voglio significare quando “critico” gli accademici convegni o seminari sul ROSSESE. Costoro pontificano con le “gambe” sotto i tavoli.
    Noi pochi che ancora amatorialmente coltiviamo l’impareggiabile VINO ROSSESE, le gambe le mettiamo nelle “fasce” sostenute dai muri a secco, impraticabili in parte ai moderni mezzi meccanici, però inimitabili, monumentali, paesisticamente parlando.
    I nostri pochi CONTADINI, sono i veri CUSTODI DEL TERRITORIO.
    Non per questo dobbiamo “fossilizzarci” sul passato; i GIOVANI hanno certamente le capacità di migliorare con il loro entusiasmo la situazione; aiutiamoli in ciò.

  25. Ninut - 9 December 2008 alle 18:36
  26. Mandingo di Dolceacqua - 9 December 2008 alle 19:07

    Pensa te…Il nostro vino venduto da un’azienda distributrice napoletana, nell’etichetta non si vede neanche il castello! Sarà quello vero? Facciamo molta attenzione come viene venduto il nostro vino. Se qualcuno ne sa di più ce lo faccia sapere.

  27. Ninut - 9 December 2008 alle 21:36
  28. alex - 11 December 2008 alle 02:57

    Buongiorno a tutti, ho letto con piacere ed entusiasmo tutti i post e credo di poter dire qualcosa che molti non sanno, sono molti i punti toccati e spero di non dimenticarmene qualcuno.
    Inizio con il dire che il famoso 5% di altre uve ammesse dal disciplinare sono esclusivamente per i vigneti autorizzati dalla Regione Liguria, questa dicitura era stata inserita perché nei vecchi vigneti esistevano piante di vitigni autoctoni diversi dal Rossese, questi oggi sono aumentati ma possono essere usati solo esclusivamente se coltivati e registrati per tali, comunque è una percentuale così bassa che non può dare nessun tipo di percezione gustativa e olfattiva finale.
    I furbi ci sono ma state pur certi che vengono segnalati e perseguiti dagli organi competenti.
    In questi anni purtroppo si è fatto il nulla, si vendeva e come era prassi e lo è ancora per molti piccoli produttori, non si è mai cercato di farlo uscire dai confini regionali, per fortuna sono usciti nuovi produttori, che hanno in pochi anni, 5/6, cambiato la visibilità di questo nostro patrimonio, ricordo che la famosa puzzetta era diventata sinonimo di caratteristica di questo vino, oggi grazie a pochi è, come lo doveva essere prima, uno sbaglio di vinificazione.
    In merito alle vendite, non si riesce ad uscire da questa Regione, un po’ per le quantità minime siamo scesi dalle 400000 bott. circa dell’anno passato alle 300000 di quest’annata ma questo non sarebbe u male, il male sono le istituzioni, come dicevo sono un 5 anni che la produzione ha avuto un miglioramento altissimo nella qualità ( anche se ci sono sempre 6/7 aziendine che lavorano male) e in questi 5 anni non si è fatto niente, abbiamo un’assessore di Dolceacqua che avendo i presupposti per far conoscere il nostro vino e non solo questo, non ha concluso nulla, al Vinitaly come sempre avevamo lo stand più brutto e piccolo di tutte le Regioni, 72 erano le aziende presenti con i loro vini in poco più di 10mq, se i produttori fossero andati tutti ci sarebbe stato da ridere.
    I fondi ci sono, provate a chiedere il perché il PSR (piano di sviluppo regionale) è fermo da due anni, il perché codesto signore ha dato in mano all’agea il compito di computerizzare le domande e non ci sono ancora riusciti, con enormi problemi non solo per i viticoltori ma per i fioristi ecc. ( le serre non vengono lette dal programma ecc).
    Basterebbe che si facesse una pubblicità mirata nella sola città di Milano o Roma per far si che i nostri vini abbiano il giusto riconoscimento ed eliminare la problematica delle vendite, non si riesce a vendere nemmeno al 30% dei ristoranti liguri, i soldi ci sono è che non vengono usati bene, si approvano studi per delle belinate regalando soldi alle sole 4 cooperative (210000€ per lo studio del consumo degli augelli).
    Altro punto è il Consorzio che diverrà obbligatorio, ci mettono paura ai produttori, l’ultima riunione fatta dalla CIA ha dato dati sui costi di gestioni pari a 3/400000€ pensate sia fattibile proporre questi dati a 26 produttori, il costo effettivo si aggira sui 50000€ annui più quello pubblicitario a parte, logico che le tre associazioni non vogliano che si faccia, il consorzio andrebbe a fare il loro lavoro togliendo soldi dalle loro casse.
    Ho letto anche che qualcuno crede ancora che il Rossese non sia vino da invecchiamento, da grande invecchiamento sicuro ma oramai le cantine che lavorano bene te lo garantiscono in evoluzione per i primi 8/10 anni, son cambiate parecchie cose tanto in vigna che in cantina, certo che il vino fatto da alcuni va bevuto nell’annata ma sono per fortuna pochi che lavorano ancora così male.
    [ La produzione del ROSSESE è aimè molto limitata ed è anche limitata dalla Comunità Europea, vedi i limiti max d’impianto dei vitigni].Non è vero noi grazie ad enti esterni alla nostra Regione
    ( CERVIM) abbiamo la possibilità di impiantare nuovi vigneti è che per piantare qui un impanto come si deve il costo si aggira sui 20.00€ mq e la Regione ti aiuta con 0.70€ al mq, invoglia i giovani, i muri si devono rifare e le pietre costano care, mai che sia venuto in mente di fare una convenzione con l’unica cava della zona.
    http://www.allacortedibacco.com/shop/Vini-rossi/Vini-Rossi-Liguria/Terra-dei-Doria-Vini-rossi-Liguria/ questi lo fanno per gioco , si parla di max 1000 bott. annue, poi la pubblicità si paga.
    Insomma con tutta la buona volontà i soli produttori non ce la faranno mai e il nostro meraviglioso vino resterà quello che è un perfetto sconosciuto, si se ne parla grazie ai pochi che si sono messi insieme, basta vedere i forum del Gambero Rosso, lo paragonano al Pinot Nero, ma poi ti allontani da qui e non lo trovi o non lo conoscono.

  29. John - 11 December 2008 alle 09:09

    Alex, benvenuto e complimenti per la competente e dettagliata analisi. Direi che hai fatto un po’ di chiarezza sulla reale situazione del Rossese e della sua coltivazione.
    Spero vivamente che queste tue parole siano di supporto per poter migliorare la situazione.

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